Benvenuti!!

Pubblicato: 6 ottobre 2010 in Home

Benvenuti!!!

In questo blog vi mostreremo i segreti delle borgate della città eterna. Scoprirermo insieme la storia, i personaggi, le leggende che hanno accompagnato questi quartieri popolari nel corso del ‘900 fino ad oggi.

Dal Trullo a Primavalle, da Acilia a Quarticciolo, passando attraverso le testimonianze lasciateci da un grande personaggio della letteratura italiana, che più di tutti ha saputo raccontare la vita nelle borgate; Pier Paolo Pasolini.

          

ACILIA

Pubblicato: 13 giugno 2011 in Home
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Acilia got its name from the ancient family “Acilii”, who lived in that area, and who used this territory as his land. Furthermore Acilia, during the Roman Age, was used as an area where to stop while travelling along Via Ostiense.
Acilia was renovated between the XIX and the XX century, when  a public work of drainage brought to the creation of the so called Borgata Agreste. Nowadays it has become a residential area as well a san industrial centre.

The little towns of Dragona, Dragoncello, Villaggio San Francesco, Monti di San Paolo, Case Basse, Centro Giano, San Giorgio di Acilia, Acilia Nuova and Casal Bernocchi are now part of it.

Dragona

It is a urban area situated in the northern part of Acilia.
Pope Gregorio IV gave Acilia the name of ”Colonia Draconis”because of the presence of a colony of big reptiles, that the inhabitants of the area used to call “Draconi” and because in this area people worshipped the goddess Juno, whose symbol was a dragon.

It is a urban area situated near Dragona.

Gregorio IV, in order to convert the people to Catholicism, invented the story of Saint George, who beated the dragon and received the princess of Lybia as a reward.

Arte e Cultura

Pubblicato: 12 giugno 2011 in Home
MAXXI, Museo di arte contemporanea

Scuderie del Quirinale

Musei Vaticani

Musei Capitolini


Gli indifferenti

Pubblicato: 2 giugno 2011 in Home

Gli indifferenti di Moravia rappresentano la crisi della borghesia italiana sotto il fascismo, una borghesia dominata da ideali materialistici (il sesso e il denaro) e priva di qualsiasi valore ideale. I personaggi riflettono i disvalori di questa società. Di essi alcuni sono vittime inconsapevoli, altri invece sono consapevoli del disfacimento morale della società ma risultano allo stesso modo vittime della corruzione generale. “Gli indifferenti” di Alberto Moravia sono stati pubblicati nel 1926, nel periodo in cui il fascismo italiano proseguiva trionfante il suo cammino ed in Germania il nazismo aveva preso il potere. In questo romanzo, nato da un diretto desiderio di un analisi moralistica e satirica, vengono ritratti gli aspetti disperati e corrotti della vita e del costume della società borghese di quel periodo storico, con una lucidità e una freddezza puntigliosa che sembrano rifiutare gli ideali della politica trionfalistica del regime, e sottintendono, il giudizio negativo dell’autore nei confronti delle aspirazioni del fascismo italiano. E’ proprio dalla descrizione realistica, opaca, squallida, più vicina alla cronaca che alla poesia e dalla creazione di personaggi carichi di una profonda autenticità che traspare il parere di Moravia e che gli ha aperto la via del realismo. “Gli indifferenti”, come già dal titolo si può comprendere, narra dell’ “indifferenza”, fatta di coscienza di fallimento, di ribellioni velleitarie, di rassegnazioni apatiche, tramite la storia di una famiglia della media borghesia romana. In questo periodo di profonda crisi morale, dove si perseguono soltanto valori materialistici, quali il sesso e il denaro, i personaggi del romanzo riflettono proprio questi disvalori e sono vittime della corruzione generale sia quelli che agiscono in piena consapevolezza che quelli vi si ritrovano convolti loro mal grado. Gli obiettivi che la borghesia del tempo si prefiggeva sono quelli di raggiungere il piacere attraverso il conseguimento di una vita proiettata al benessere economico, tramite il Dio denaro, e alla soddisfazione fisica, attraverso l’appagamento sessuale (…”-Portarmela a casa;- pensava – possederla…- Il respiro gli mancava: -Tutto quel che vorrai…vestiti, molti vestiti, viaggi….; viaggeremo insieme…; è un vero peccato che una bella bambina come te sia così sacrificata…” ). E’ il sesso che, insieme con il denaro, stabilisce i criteri di fondo per ogni possibile giudizio intorno alla realtà umana e sociale e per ogni possibile interpretazione dell’esistere

LA TRAMA

I due fratelli Carla e Michele Ardengo sono due giovani incapaci di provare veri sentimenti e risultano essere in preda alla noia e all’indifferenza. Nel giorno del ventiquattresimo compleanno di Carla, dopo il pranzo, Leo (l’amante della madre), tenta di proposito di farla ubriacare e cerca di approfittare di lei. Il tentativo però fallisce, perché Carla, troppo ubriaca, sta male e vomita. Mariagrazia intanto, visto che l’amante la trascura, è convinta che egli abbia un’altra donna e pensa che questa sia proprio la sua amica Lisa. Lisa è invece invaghita di Michele, che come la sorella è un debole e che, pur insofferente della situazione che lo circonda, non è capace di reagire. Egli si accorge dell’attrazione che Lisa prova per lui e si lascia passivamente corteggiare senza dare segni di coinvolgimento sentimentale.
Lisa intanto tenta di svegliare Michele dal suo torpore morale e lo informa della relazione fra Carla e Leo. Chiamato però in causa Michele pare deciso ad affrontare Leo per vendicare l’onore familiare e, comprata un’arma, cerca di sparargli ma ne esce umiliato e perdente perché ha scordato di caricarla.
Nel frattempo Michele si rende conto che Leo sta approfittando della situazione per impossessarsi della villa di famiglia, di grande valore. Per evitare che la villa sia venduta, Leo, timoroso di vanificare quanto ha fatto, chiede a Carla, davanti al fratello di poterla sposare anche se ella lo disprezza e non lo ama. Carla, attirata dall’idea di una nuova vita, diversa da quella noiosa di prima, accetta con freddezza una squallida e tranquilla vita borghese che le assicuri il benessere rinunciando alla passione. Il romanzo ci lascia con un finale sospeso, con Carla e Mariagrazia che si recano ad un ballo in maschera, ma la figlia non dice alla madre del matrimonio.

Alberto Moravia

Pubblicato: 2 giugno 2011 in Home

Alberto Pincherle nasce a Roma il 28 novembre 1907, in Via Sgambati, nei pressi di via Pinciana. Il cognome Moravia con il quale sarà conosciuto è il cognome della nonna paterna. Il padre, Carlo Pincherle Moravia, architetto e pittore, era nato a Venezia da una famiglia d’origine ebraica di Conegliano Veneto. La madre, Teresa Iginia De Marsanich, detta Gina, era nata ad Ancona da una famiglia anticamente immigrata dalla Dalmazia.
Nel 1916 si ammala di una tubercolosi ossea che lo costringerà, con un alternarsi di miglioramenti e ricadute, a frequentare in modo irregolare la scuola. Dal 1921 al 1923 Moravia è costretto dalla malattia a trascorrere la degenza a casa, a Roma. Compone dei versi in francese e in italiano. Dal 1924 al 1925 è ricoverato al sanatorio Codivilla di Cortina d’Ampezzo. Si trasferisce poi per la convalescenza a Bressanone. Inizia la stesura de “Gli indifferenti”, romanzo sul quale lavorerà per tre anni.
Nel 1927 pubblica il suo primo racconto “Lassitude de courtisane” in una traduzione francese sulla rivista bilingue “900” di Bontempelli, poi ritradotta in italiano col titolo “Cortigiana stanca”.
Due anni più tardi esce presso la casa editrice Alpes di Milano, e a sue spese, “Gli indifferenti”.
Seguono poi “Inverno di malato” (1930) su “Pegaso”, rivista diretta da Ugo Ojetti. Collabora a “Interplanetario” di Libero De Libero; vi pubblica alcuni racconti, tra cui “Villa Mercedes” e “Cinque sogni”. Nel 1933 collabora alla rivista “Oggi”, fondata da Mario Pannunzio e, poi, alla “Gazzetta del Popolo”. Pubblica una raccolta di racconti già editi su riviste dal titolo “La bella vita”, presso Carabba, e “Le ambizioni sbagliate” presso Mondadori. Anche a causa dell’ostracismo da parte del Ministero della Cultura Popolare fascista, le opere non riscuotono il successo della critica. Intanto Moravia inizia una collaborazione con il mensile “Caratteri”, fondato da Pannunzio e Delfini.
Dopo un soggiorno di due anni a Londra, un viaggio negli Stati Uniti e uno in Messico, Alberto Moravia torna in Italia e scrive i racconti de “L’imbroglio”, prima rifiutato da Mondador, poi pubblicato da Bompiani (1937), che resterà il suo editore per gli anni a venire. Nel 1937 viaggia in Cina in qualità di inviato; scrive numerosi articoli per la “Gazzetta del Popolo”. Di ritorno a Roma inizia a lavorare a delle sceneggiature cinematografiche; collabora a “Omnibus” diretto da Leo Longanesi. Nel giugno 1937 vengono assassinati in Francia Nello e Carlo Rosselli, suoi cugini da parte di padre.
Nei primi anni ’40 di ritorno da un viaggio in Grecia si trasferisce ad Anacapri e vive con Elsa Morante (conosciuta nel 1936 a Roma). “L’imbroglio” e “Le ambizioni sbagliate” vengono inclusi nella lista dei libri di autori ebrei dalla “Commissione per la bonifica libraria” del Ministero della Cultura Popolare. Collabora a “Prospettive” diretta da Curzio Malaparte. Nel 1940 pubblica “I sogni del pigro”, nel 1941 “La mascherata”, che viene sequestrato. Gli viene impedito di scrivere sui giornali col suo nome; pubblica allora diversi articoli utilizzando vari pseudonimi: Pseudo, Tobia Merlo, Lorenzo Diodati e Giovanni Trasone. Nell’aprile del 1941 sposa in chiesa Elsa Morante.

Autore non gradito dal regime fascista, Moravia è costretto a lavorare, per il proprio sostentamento, a numerose sceneggiature cinematografiche, senza poterle firmare a causa delle leggi razziali.
Negli anni della guerra escono le raccolte di racconti “L’amante infelice” (1943), bloccato dalle autorità, e “L’epidemia” (1944), per Bompiani, e il breve romanzo “Agostino” (1944), per le edizioni Documento in una tiratura limitata ed illustrata da due disegni di Guttuso. Nel periodo seguente la caduta del regime fascista, collabora brevemente al “Popolo di Roma” di Corrado Alvaro. Dopo l’8 settembre 1943, quando viene a sapere che il suo nome è sulla lista stilata dai nazisti delle persone da arrestare, Alberto Moravia fugge da Roma con Elsa Morante. La coppia trova rifugio a Sant’Agata di Fondi (Vallecorsa) sulle montagne, nascosti nel casolare di Davide Marrocco. L’avanzata dell’esercito alleato li libera; si recano quindi a Napoli per poi tornare a Roma. Nel 1944 esce a Roma per le edizioni Documento “La Speranza, ovvero Cristianesimo e Comunismo”.
Tra il 1945 e il 1951, per guadagnarsi da vivere, Moravia scrive articoli, collabora a riviste e programmi radiofonici e continua a lavorare per il cinema come sceneggiatore. Escono: “Due cortigiane” (1945), con illustrazioni di Maccari, “La romana” (1947), “La disubbidienza” (1948), “L’amore coniugale e altri racconti” (1949), “Il conformista” (1951). Realizza e dirige il brevissimo film (6 minuti) “Colpa del sole”. Collabora a giornali e riviste (tra cui “Il Mondo”, “Il Corriere della Sera”, “L’Europeo”). Viene tradotto in numerose lingue. Le sue opere letterarie sono adattate per il cinema da numerosi registi.
Nel 1953 fonda a Roma con Carocci la rivista “Nuovi Argomenti”, sulla quale pubblica l’anno seguente il saggio “L’uomo come fine” (scritto nel 1946). Nel 1954 escono “Racconti romani” (Premio Marzotto) e “Il disprezzo”. Nel 1955 pubblica su “Botteghe Oscure” la tragedia Beatrice Cenci. Nello stesso anno conosce Pier Paolo Pasolini e inizia a collaborare come critico cinematografico a “L’Espresso”.
Pubblica “La ciociara” (1957), “Un mese in URSS” (1958), “Nuovi racconti romani” (1959), “La noia” (1960, Premio Viareggio). Alberto Moravia intraprende numerosi viaggi tra cui Egitto, Giappone, Stati Uniti, Iran e Brasile. Nel 1961 viaggia in India insieme a Pier Paolo Pasolini ed Elsa Morante: dall’esperienza nascerà “Un’idea dell’India” (1962).
Nel 1962 Moravia si separa definitivamente da Elsa Morante e va a vivere con Dacia Maraini, conosciuta nel 1959. Insieme, e insieme all’amico Pasolini, viaggiano in Africa (Ghana, Togo, Nigeria, Sudan).
Pubblica poi la raccolta di racconti “L’automa” (1962), la raccolta di saggi “L’uomo come fine” (1963) e “L’attenzione” (1965). Con Enzo Siciliano e Dacia Maraini dà vita alla Compagnia del Porcospino nel teatro di via Belsiana a Roma (1966-68). Per il teatro scrive “Il mondo è quello che è” (1966), “Il dio Kurt” (1968), “La vita è gioco” (1969).
Viaggia in Messico, Giappone, Corea e Cina. Nel 1967 è presidente della XXVIII Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1968 Moravia viene pubblicamente contestato dagli studenti, con i quali accetta di dialogare. Pubblica “Una cosa è una cosa” (1967), “La rivoluzione culturale in Cina” (1967), “Il paradiso” (1970), “Io e lui” (1971), “A quale tribù appartieni?” (1972), “Un’altra vita” (1973).
Nel 1975 muore assassinato Pier Paolo Pasolini. Nel periodo che segue subisce minacce da parte di estremisti di destra; per alcuni mesi viene protetto da una scorta (1978).
Escono “Boh” (1976), “La vita interiore” (1978), che gli varrà un’accusa di oscenità nel 1979, “Impegno controvoglia” (1980, raccolta di saggi scritti tra il 1943 e il 1978 a cura di R. Paris), “Lettere dal Sahara” (1981), “1934” (1982, Premio Mondello 1983), “Storie della Preistoria” (1982), “La cosa e altri racconti” (1983), dedicato a Carmen Llera, che Moravia sposerà nel gennaio 1986.
È membro della Commissione di selezione alla Mostra del Cinema di Venezia (1979-1983) e inviato speciale del “Corriere della Sera” (1975-1981). Per “L’Espresso” cura un’inchiesta sulla bomba atomica (Giappone, Germania, URSS).
Nel 1984 Alberto Moravia si presenta per le elezioni europee come indipendente nelle liste del Pci, e diventa deputato al Parlamento Europeo (1984-1989). Nel 1985 vince il premio Personalità Europea.
In questo periodo escono “L’uomo che guarda” (1985), “L’angelo dell’informazione e altri scritti teatrali” (1986), “L’inverno nucleare” (1986, a cura di R. Paris), “Passeggiate africane” (1987), “Il viaggio a Roma” (1988), “La villa del venerdì” (1990). Escono nel frattempo il primo volume antologico “Opere 1927-1947” (1986), a cura di G. Pampaloni, ed il secondo “Opere 1948-1968” (1989) a cura di E. Siciliano.
Il 26 settembre 1990 Alberto Moravia muore nella sua casa di Roma.
Escono postumi: “Vita di Moravia” (1990) scritto a quattro mani con Alain Elkann, “La donna leopardo” (1991), “Diario Europeo” (1993), “Romildo ovvero racconti inediti o perduti” (1993), le raccolte “Viaggi – Articoli 1930-1990” (1994), “Racconti dispersi 1928-1951” (2000).
A dieci anni dalla scomparsa viene pubblicato per i Classici Bompiani il primo volume della nuova edizione delle Opere complete diretta da Siciliano “Opere/1”. “Romanzi e racconti 1927-1940” (2000), a cura di Francesca Serra e Simone Casini a cui seguirà “Opere/2”. “Romanzi e racconti 1941-1949” (2002), a cura di Simone Casini.

Pier Paolo Pasolini: la vita

Pubblicato: 2 giugno 2011 in Home
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Nel Ventidue, «anno immerso nel secolo», l’anno in cui Mussolini va al potere, Pier Paolo Pasolini nasce, a Bologna, il 5 marzo. Il padre, Carlo Alberto Pasolini è ufficiale di fanteria, di antica famiglia ravennate, la madre, Susanna Colussi, è maestra elementare, di famiglia contadina originaria di Casarsa nel Friuli.
Durante l’infanzia e l’adolescenza, a causa dei continui trasferimenti del padre (ufficiale di carriera), si sposta prima a Parma, quindi a Belluno, Conegliano, Cremona e Reggio Emilia. Fondamentali rimangono i soggiorni estivi a Casarsa, «… vecchio borgo… grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana » — l’incontaminato, primitivo puro mondo campestre a cui sarà strettamente legato il suo esordio letterario e a cui emotivamente lo scrittore rimarrà legato per tutta la vita.
Dopo il liceo, nel 1939 s’iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, dove vive — scrive lo stesso Pasolini — «il grande periodo dell’Ermetismo, studiando con Longhi … e vivendo ingenue relazioni letterarie con i suoi coetanei…»: gli amici Francesco Leonetti, Roberto Roversi e Luciano Serra.
Nel 1942 pubblica a proprie spese un volumetto di poesie che suscita l’interesse di Gianfranco Contini, Poesie a Casarsa. La raccolta è scritta in dialetto friulano, in quella che per lui è «lingua pura per poesia»: in quel momento della storia italiana — motiverà più tardi in Passione e ideologia — «l’unica libertà rimasta pareva essere la libertà stilistica». In quello stesso anno, intanto, il padre — padre «antagonista e tirannico» con cui ha un rapporto conflittuale feroce e tragico — è prigioniero degli inglesi in Africa.
L’8 settembre del ’43 Pasolini fugge da sotto le armi e torna a Casarsa, dalla madre. «I rapporti tra madre e figlio — scrive Enzo Siciliano in Vita di Pasolini (Rizzoli, 1978) — furono sempre i più teneramente strazianti». L’«odore della povera pelliccia di mia madre è l’odore della mia vita». Su di lei — confessa il poeta — «tutta la mia vita è stata imperniata».
Dopo la fuga dalle armi, «ossessionato dall’idea di finire uncinato; ché così finivano nel Litorale Adriatico i giovani renitenti alla leva o dichiaratamente antifascisti», Pasolini trascorre i lunghi mesi dell’occupazione nazista nella cittadina friulana e nel vicino borgo di Versuta. Qui, in casa, con mezzi di fortuna, organizza una scuola gratuita per pochissimi alunni, mentre continua ad occuparsi del recupero del dialetto friulano con un gruppo di amici. Nel 1944 esce il primo di due quaderni intitolati Stroligut di cà de l’aga — il primo documento dell’attività del gruppo che nel febbraio del 1945 fonderà l’Academiuta di Lenga Furlana.
Delle privazioni, dei pericoli, degli amori omosessuali, degli incontri, di quegli anni vissuti a contatto con la natura, Pasolini racconta in diari, in scritti autobiografici, e in abbozzi letterari rimasti allora inediti.
Nel maggio del 1945 riceve la tragica notizia della morte del fratello Guido (nato nel 1925). Partigiano nella divisione Osoppo legata al Partito d’azione, Guido Pasolini fu ucciso in un oscuro episodio «da mano fraterna nemica», ossia da gruppi di partigiani comunisti uniti agli svoleni che in quel momento intendevano annettersi il Friuli.
Nell’autunno di quello stesso anno, Pier Paolo si laurea con Carlo Calcaterra, con una tesi dal titolo Antologia della lirica pascoliana (introduzione e commenti). Sempre in quell’autunno, finita la guerra, torna dalla prigionia del Kenia il padre, oramai «reduce malato, avvelenato dalla sconfitta del fascismo,… distrutto, feroce, tiranno senza più potere». Il ritorno del padre, la morte del fratello e il dolore sovraumano della madre rendono questo periodo il più tragico della sua vita.
Nel frattempo, cominciano le pubblicazioni de «Il Stroligut», la rivista dell’Academiuta di Lenga Furlana e prosegue la sua attività poetica. Nel’45 pubblica le raccolte di versi in italiano Poesie e, per le Edizioni dell’Academiuta, I diarii e nel’46 I pianti. Gran parte dei versi scritti dal’43 al ’49 saranno raccolti poi nel volume L’usignolo della chiesa cattolica (1958). In dialetto friulano, invece, uscirà nel’49 Dov’è la mia patria e nel’53 Tal cour di un frut.
Pur continuando a vivere a Casarsa, attraverso vari viaggi a Roma, Pasolini comincia ad ampliare i propri contatti culturali.
Nel 1947, sulla nuova rivista dell’Academiuta, «Quaderno Romanzo», esce un suo intervento nell’ambito del dibattito sull’autonomia del Friuli. Il ’47 è anche l’anno della «scoperta di Marx» e della sua adesione al Partito comunista — ai suoi occhi strumento per «trasformare la preistoria in storia, la natura in coscienza».
Dopo un periodo d’insegnamento nella scuola media di Valvasone, conclusosi con un processo per corruzione omosessuale e con l’espulsione dal Pci, nel 1949 Pier Paolo, «come in un romanzo», fugge con la madre a Roma. «Per due anni — racconta Pasolini — fui un disoccupato disperato, di quelli che finiscono suicidi; poi trovai da insegnare in una scuola privata a Ciampino per ventisettemila lire al mese». Dopo quei «due anni di lavoro accanito, di pura lotta», aggravati per giunta dalla presenza del padre che nel frattempo li ha raggiunti a Roma, nel ’51 si trasferisce da piazza Costaguti, nel quartiere ebraico, a Ponte Mammolo, sulla Tiburtina, «in una casa restata definitivamente senza tetto».
Così Pasolini, anche con l’aiuto dell’amico Sergio Citti — uno dei ragazzi conosciuti in borgata con cui lavorerà fino all’ultimo — scopre il popolo della periferia: la Roma delle borgate che diverrà lo scenario dei suoi romanzi di maggior successo.
Nel contempo, però, comincia a entrare in contatto con gli ambienti letterari romani, con gli scrittori e poeti Penna, Bassani, Caproni, Gadda e Bertolucci. Allacciando, inoltre, uno stretto rapporto con il gruppo di intellettuali che si riunisce intorno alle riviste, «Il contemporaneo», «Paragone» e «Vie nuove», partecipa attivamente a iniziative editoriali, a polemiche letterarie, pubblicando testi di vario tipo.
Si accosta anche all’ambiente del cinema e con l’aiuto di Giorgio Bassani, partecipa alle prime sceneggiature cinematografiche: nel’54, per il film La donna del fiume di Mario Soldati; e l’anno successivo, assieme a Bassani, per Il prigioniero della montagna di Luis Trenker; mentre nel’57 collaborerà, come filologo per le battute in romanesco, alla sceneggiatura de Le notti di Cabiria di Federico Fellini.
Migliorata intanto la sua situazione economica, si trasferisce in un appartamento nel quartiere di Monteverde Nuovo. Prosegue nel contempo la sua produzione poetica: nel 1954 raccoglie tutti i versi scritti in dialetto, specie a Casara durante gli anni della guerra e del dopoguerra, nel volume La meglio gioventù. Al fitto lavoro di studio e riscoperta della tradizione dialettale italiana che accompagna la sistemazione di questa raccolta, sono legate due importanti antologie: Poesia dialettale del Novecento, scritta con M. Dell’Arco (1952) e Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare (1955). Alla poesia dialettale Pasolini tornerà poi solo nel 1974 con Seconda forma de «La meglio gioventù», rifacimento della prima. La prima e la seconda forma della raccolta verranno infine pubblicate nuovamente nel 1975, con il titolo La meglio gioventù.
Nel 1955, con gli antichi compagni d’università, Leonetti e Roversi, fonda a Bologna la rivista critica «Officina» (5), che vede anche la collaborazione di Fortini, Volponi e molti altri critici e intellettuali militanti. In quello stesso anno dà alle stampe il primo romanzo, destinato a dargli il successo e la fama, Ragazzi di vita. Nel chiuso orizzonte degli anni Cinquanta il libro suscita accese polemiche e Pasolini viene incriminato per oscenità.
Stringe intanto nuove amicizie, in particolar modo con Alberto Moravia, Elsa Morante e con l’attrice Laura Betti; e si fa protagonista di varie polemiche politiche e intellettuali. Nonostante la notorietà, tuttavia, Pasolini continua a trascorrere la maggior parte della sua vita «al di là del confine della città, oltre i capolinea». E il mondo del sottoproletariato romano gli ispira, oltre ad alcuni versi contenuti nelle raccolte di poesie Le ceneri di Gramsci (1957) e La religione del mio tempo (1961), un nuovo romanzo Una vita violenta (1959).
A partire dal 1960 Pasolini passa dalla letteratura al cinema. Nel giro di pochi anni firma, oltre a varie sceneggiature, la regia di numerosi film, inizialmente di scarso successo, ma che comunque impongono la sua figura sulla scena pubblica, suscitando spesso scandalo e polemica. Nell’autunno del 1961 è vittima di una campagna diffamatoria e viene addirittura accusato di rapina a mano armata. La sua fama intanto si diffonde anche sul piano internazionale e le sue opere vengono tradotte in numerose lingue.
Ai viaggi con Alberto Moravia in Africa e in India — da cui è nato L’odore dell’India (1962) — nel corso degli anni, seguono numerosi altri viaggi in tutto il mondo, soprattutto in Africa e nei Paesi islamici. L’attività cinematografica, inoltre, gli consente di allargare i suoi contatti con gli ambienti più diversi. Stringe amicizia con la grande cantante lirica Maria Callas, protagonista del film Medea, ma in molti suoi film fa recitare anche l’amico, il ragazzo di borgata Ninetto Davoli, quel “barbaro” innocente che per Pasolini incarna il mito della Roma assediata dai “barbari”, al sud-est della cintura urbana. E di alcuni film Pasolini è interprete egli stesso.
Nel contempo, anche negli anni Sessanta, prosegue la sua attività di narratore, di poeta, di saggista e polemista. Nel’60 escono Roma 1950, Diario, Sonetto primaverile, Il sogno di una cosa (romanzo scritto tra il ’48 e il ’49) e Passione e ideologia (raccolta di saggi critici scritti tra il ‘48 e il ‘58); mentre nel ’64 viene pubblicata la raccolta di poesie Poesia in forma di rosa, cui segue nel’65 Alí dagli occhi azzurri (volume che raccoglie una serie di racconti e bozzetti).
Nel 1964 grande risonanza ha il suo intervento sulla «questione linguistica»: la tesi da lui espressa nel saggio Nuove questioni linguistiche è criticamente controbattuta da filologi, linguisti, letterati, scrittori e sociologi.
Il 1965 segna l’inizio della sua produzione teatrale. Oltre alla stesura del Manifesto per un nuovo teatro (pubblicato nel 1968 sulla rivista diretta dal ’66 con Moravia e Alberto Carocci, «Nuovi Argomenti»), scrive e pubblica con tempi e modalità diverse una serie di sei «tragedie»: Pilade, Affabulazione, Calderón, Orgia, Porcile (legata all’omonimo film) e Bestia da stile.
I suoi numerosi saggi critici e interventi degli anni Sessanta sulla letteratura, il cinema e la lingua sono raccolti nel volume Empirismo eretico (1972); mentre una scelta di testi della rubrica di corrispondenze con i lettori tenute, da ’60 al ’65, su «Vie nuove», è contenuta nel volume Le belle bandiere, uscito postumo nel 1977.
Nel 1968 suscita scalpore e accese polemiche il suo clamoroso intervento poetico Il Pci ai giovani!!, con cui attacca duramente e amaramente il Pci e difende i poliziotti d’origine proletaria contro gli studenti, figli di borghesi e piccolo-borghesi. Nel 1971 dà alle stampe Trasumanar e organizzar, la raccolta di versi in cui si trovano già parzialmente svolti i temi dei suoi successivi scritti giornalistici.
Negli anni successivi, infatti, s’intensifica notevolmente la sua attività di critico militante sui giornali e sulle riviste. Sul settimanale «Tempo» tiene dal ’68 al ’70 la rubrica Il caos, i cui interventi sono stati parzialmente raccolti nel volume postumo Il caos (1979); mentre sempre sullo stesso settimanale dal ’72 al ’74 curerà una rubrica di critica letteraria, la cui fitta serie di rigorose e nitide recensioni sono state pubblicate anch’esse postume in Descrizioni di descrizioni (1979).
Il vertice della saggistica provocatoria dell’autore è costituito, però, da due volumi: la raccolta di interventi apparsi su vari giornali dal ’73 al ’75, Scritti corsari (1975), e Lettere luterane, raccolta — uscita postuma nel 1976, ma già progettata con questo titolo dall’autore — di articoli pubblicati sul «Corriere della Sera» e su «Il Mondo» nel corso del 1975, fino all’intervento per il congresso del partito radicale, letto dopo la morte di Pier Paolo Pasolini.
In questi scritti, rivelatisi con il trascorrere degli anni profetici, Pasolini, come un «corsaro», eretico, solitario e controcorrente, si fa censore del costume nazionale, scagliandosi contro tutto ciò che sente inautentico. Contro il mondo borghese, il capitalismo e il neocapitalismo, la società di massa e il consumismo, il villaggio globale, la televisione, l’omologazione, la rivoluzione antropologica, il Palazzo (6), contro il Sessantotto, l’aborto, il divorzio, contro lo stalinismo e l’invasione dell’Ungheria…
Ferocemente e dolorosamente ripiegato in un pessimismo assoluto nei confronti della realtà violentemente degradata, Pier Paolo Pasolini, il corsaro dalla disperata vitalità, muore assassinato in circostanze oscure tra il I° e il 2 novembre 1975. All’alba del 2 novembre viene trovato ucciso in uno spiazzo polveroso, all’Idroscalo di Ostia, e per una raccapricciante fatalità, proprio nella periferia suburbana di Ragazzi di vita, di Una vita violenta e di Accattone.
Pochi giorni dopo la morte, esce La divina Mimesis, singolare «riscrittura» dell’Inferno dantesco; dopo di che negli anni seguenti vedono la luce numerosi altri suoi testi inediti, sparsi o incompiuti. Ricordiamo, per quanto riguarda la narrativa, Amado mio. Atti impuri (1983) e Petrolio (1992); per la poesia, Le poesie (antologia, 1975), Poesie e pagine ritrovate (1980), Poesie dimenticate (1980). Per quanto riguarda la saggistica e gli scritti giornalistici, oltre ai volumi già menzionati, sono usciti postumi Il sogno del centauro (1983), Lettere agli amici. 1941-1945 (1976), Lettere 1940-1954 (1986), Volgar’eloquio (1987), Lettere 1955-1975 (1988), Il portico della morte (1988), I dialoghi (1992), Antologia della lirica pascoliana (1993), Vita attraverso le lettere (1994), Interviste corsare (1995).
Le sorprendenti analogie nella vita, nell’opera e nella morte di Pasolini e Caravaggio, vengono trattate nell’articolo Dove l’acqua del Tevero s’insala.
Un abbozzo di esposizione del rapporto di Pasolini con i dialetti si trova nell’articolo La so storia a è duta lì, lavorà, preà, patì, murì
Nell’articolo L’anima e la carne, nella tensione tutta mortale dei personaggi dei film Il Vangelo secondo Matteo o di Una vita violenta, viene trattato uno dei drammi più violenti dell’uomo Pasolini.
La voracità con cui l’autore si nutre del reale, e ci si getta a capofitto — energico e vigoroso come un ragazzo che prende di petto un’estate e la vita — la vita come una lunga estate – viene analizzata nell’articolo L’estate, la sera. Atmosfere, luoghi, tempi in Pier Paolo Pasolini.
Nel saggio La filologia politica di Pier Paolo Pasolini, la proposta dello scrittore aggiunge un particolare nuovo al modello lirico italiano: la filologia come capacità di collegare i frammenti per poter indovinare, in mancanza di prove e indizi, i «nomi» dei «colpevoli».

Ossessione

Pubblicato: 2 giugno 2011 in Home

Un vagabondo di nome Gino (Girotti) si ferma presso uno spaccio lungo il Po, diventando l’amante di Giovanna (Calamai), la moglie dell’ignaro padrone. I due decidono di ucciderlo, ma la riscossione dell’assicurazione avvelena i loro rapporti (oltre a insospettire la polizia). Liberamente ispirato a “Il postino suona sempre due” volte di james Cain (non citato nei titoli di testa per ragioni di diritti) e sceneggiato, oltre che da Visconti, da Giuseppe De Santis, Mario Alicata, Giacomo Puccini e (non accreditati) Rosario Assunto e Sergio Grieco, è il film con cui tradizionalmente si fa iniziare il neorealismo, non tanto per la scelta del tema (anche se l’audacia del soggetto e l’importanza data al background sociale sono temi che si ritroveranno nelle opere di questo filone) ma soprattutto per la forza espressiva con cui rompe con la tradizione calligrafica del cinema fascista. Visconti, al suo esordio, dipinge un mondo squallido e senza speranza, raccontato con insolito pessimismo e freddezza di toni, tanto da venire boicottato dal regime. Evidente l’influenza del realismo francese (Visconti era stato assistente di Renoir). La parte centrale è un po’ dispersiva e aneddotica, ma la passione tra Girotti e la Calamai è molto concreta e carnale e il tono generale secco e laconico, sostenuto da una grande padronanza dei mezzi espressivi (profondità di campo, lunghi piani e complessi movimenti di macchina) ne fanno un’opera modernissima.

Riso amaro

Pubblicato: 2 giugno 2011 in Home

Francesca e Walter sono una coppia di giovani delinquenti che hanno appena rubato una preziosa collana in un albergo. Per sfuggire alla cattura da parte della polizia, Walter affida la collana a Francesca e i due si uniscono al treno delle mondine, dirette al lavoro stagionale nelle risaie. Fra queste vi è la giovane Silvana, con cui Walter balla soprattutto per nascondersi alla polizia, per poi essere riconosciuto e scappare.
In treno, Silvana è incuriosita da Francesca e per aiutarla le fa ottenere un lavoro da mondina “clandestina” (senza contratto).
Nel dormitorio, Silvana scopre poi la refurtiva di Francesca, la collana, e la prende a sua volta. Per eliminare Francesca, la accusa di crumiraggio. Francesca viene salvata da un probabile linciaggio dal sergente Marco Galli, che pacifica i due fronti. Francesca riesce a coinvolgere altre compagne irregolari e alla fine convince tutte le mondine ad una protesta comune, perché siano assunte tutte regolarmente.
Silvana poi si scusa con Francesca, dicendole di aver agito stanca e nauseata dalla faticosa vita di mondina, e le restituisce la refurtiva. Al fatto assiste Marco, di cui Francesca si innamora, ma che e’ a sua volta innamorato di Silvana.
L’arrivo di Walter, che aveva atteso lontano il calmarsi delle acque, porta scompiglio durante una festa serale. Dopo aver “preso a prestito” nuovamente la collana a Francesca, Silvana balla di nuovo con Walter fra le mondine e i braccianti. Sul posto arriva Marco, che vedendo la collana si arrabbia con Silvana, e dopo averle strappato la collana dal collo, si azzuffa con Walter.
Walter allora rivela a Francesca che la collana rubata è falsa e la lascia, mentre per corteggiare Silvana le offre la stessa collana come regalo, nascondendole però la verità. Abbagliata dalla prospettiva di vita che le offre Walter, Silvana diventa la sua amante. La mossa di Walter non è casuale: è infatti in combutta con tre complici per rubare il riso raccolto e si assicura così dell’aiuto di Silvana: poco prima di essere incoronata “Miss Mondina 1948”, Silvana apre le paratoie e allaga la risaia. In questo modo, mentre tutti si adoperano per salvare le coltivazioni, Walter potrebbe fuggire col riso.
Ma Francesca ha capito tutto e, pensando che il furto del riso sarebbe una tragedia per le mondine, e che ciò sia molto diverso che rubare ai ricchi, va ad avvisare l’unico che può aiutarla, Marco. In una macelleria Marco e Francesca affrontano Silvana e Walter. I due uomini si feriscono a vicenda, e tutto viene determinato dalle due donne, entrambe armate di pistola: dopo aver sentito dalla bocca di Francesca che Walter l’ha ingannata e usata, Silvana punta la pistola contro di lui e gli spara.
In stato di choc, vanamente inseguita da Francesca, Silvana si suicida. Le mondine le rendono omaggio cospargendo la sua salma di riso, mentre Francesca e Marco partono insieme per un avvenire migliore.